La Colpa e la Santità

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Era il 735 e, come ogni mese , i monaci del monastero di Kanoubine,in Siria, si recavano al mercato per comprare quanto necessario ai loro bisogni.. Dovevano trascorrere la notte in una locanda, il cui proprietario, Pandasio, li accoglieva sempre con calore, aiutato dalla moglie e dalla figlia Eufrasia. Anche quella volta i frati avevano fatto sosta là, ed erano ripartiti la mattina di buon’ora.
Anche se erano stati destati, nel corso della notte, da inconsueti suoni e risatine strozzate, non si erano resi conto che Eufrasia si stava intrattenendo con un poderoso soldato di passaggio. Neanche i genitori se ne erano accorti, almeno fino al momento in cui la ragazza confessò di essere rimasta incinta. Infuriati cercarono il giovane, che si era ormai dileguato: sentendosi impotenti e disonorati decisero di trovare qualcuno su cui addossare la colpa.
Fu così che la vita al convento, che trascorreva lenta e serena, scandita dalle orazioni e dal lavoro, venne bruscamente interrotta dall’arrivo di un Pandasio incollerito, accompagnato da una moglie ancor più imbestialita.
I due accusarono uno dei monaci, il giovane Marino, di aver sedotto la casta Eufrasia durante l’ultimo sosta alla locanda, e di averla resa gravida.
La rivelazione era davvero sconcertante perché l’irreprensibile Marino era un esempio di rettitudine e virtù L’abate, non volendo prestar fede a quelle accuse infamanti, convocò il fraticello così che potesse discolparsi .
Ascoltata in silenzio l’accusa, il monaco stava per esclamare “E’ una vergognosa menzogna e posso facilmente dimostrarlo!” quando si fermò a riflettere : “No, non devo infrangere la promessa fatta al mio defunto padre. Non posso rivelare il nostro segreto!”
Aveva la mente ancora dilaniata tra il terrore dell’imminente castigo e la facilità con cui avrebbe potuto scagionarsi, quando pensò alla portata delle conseguenze. Certamente un’accusa di violenza sessuale era di gran lunga più accettabile.
Allora restò fedele al precetto del padre di non svelarsi mai e, con gli occhi pieni di lacrime, si gettò ai piedi dell’abate implorandolo “Perdonami, sono un umile peccatore, che ha peccato come un uomo qualunque: dammi la penitenza!…”
L’abate trasecolò, quasi non credeva alle proprie orecchie, ma, pensando al disonore che sarebbe ricaduto sul Convento, decise di scacciare il giovane..
Marino però non si allontanò dal monastero: rimase al suo esterno dicendosi “Qui sarà la mia dimora, sotto questa roccia che mi proteggerà dalla pioggia, e dal freddo” .
Non appena il bambino venne alla luce, gli venne gettato tra le braccia, affinché fosse lui a prendersene cura. Il povero sventurato fu chiamato Fortunato, e alcuni pastori, impietositi, lo nutrirono con del latte. Poi il monaco si mise a mendicare, per poterlo sfamare, mentre lui si accontentava di radici ed erbe selvatiche.

Passarono gli anni e i frati del convento, ammirando le penitenze e le mortificazioni di Marino, implorarono il priore di riammetterlo. Questi accettando anche il bambino, gli ordinò di mettersi al completo servizio dei confratelli:
“Non sei degno di essere riammesso nel primo tuo stato, per il peccato che hai commesso, tuttavia per l’amore e le preghiere degli altri fratelli ti riammetto come l’ultimo di tutti”.
Gli furono quindi assegnati i lavori più umili e faticosi che svolse senza mai lamentarsi e senza trascurare il piccolo Fortunato che educò con amore alle virtù monastiche.

Ma i duri sacrifici, le fatiche, i disagi , le penitenze avevano segnato il suo fisico a tal punto che, nel 740, a soli venticinque anni, si trovò prossimo alla morte.

* * * * *

Nel 725 Eugenio di Bitinia, alla morte dell’amata moglie Teodora, decise di ritirarsi nel monastero scavato nella roccia nella valle di Kanoubine, affidando ai parenti la figlioletta Marina. La bambina era sofferente per la lontananza del padre che decise di prenderla con sé .
Andò quindi dall’abate, gli spiegò che a casa aveva lasciato un figlio di dieci anni desideroso di entrare in convento e ottenne il permesso di prenderlo con sé.
Eugenio allora tornò a casa, e, dopo avere tagliato i lunghi capelli della figlia e averla vestita da ragazzo, la introdusse nel Cenobio, facendole promette che non avrebbe mai rivelato la sua vera identità.
La giovanetta non trovò arduo dissimulare il proprio sesso nella penombra del monastero e con il cappuccio calato su parte del volto. Neppure i tratti femminei, la voce acuta e il viso imberbe destarono sospetti, ma vennero considerati l’effetto di un’intensa attività di preghiera, meditazione e digiuno.
Alla morte del padre, Fra Marino, riservato e pio. era già diventato un esempio di virtù cristiane.

* * * * *

Era il 12 febbraio 740 , e nel Cenobio di Kanoubine i confratelli, accortisi dell’assenza di Marino, si recarono nella sua cella e costatarono che il monaco era spirato. Accanto a lui c’era l’infelice Fortunato, in lacrime.
I frati , secondo consuetudine, si apprestarono a lavare il corpo del defunto, prima di vestirlo con i panni funebri, ma, spogliata la salma e trovandosi davanti agli occhi una visione così inconsueta, sconosciuta ai più, indietreggiano sbigottiti invocando a gran voce “Signore abbi pietà!”

* * * * *

Fu così che Marina, lasciando un corpo di donna a testimoniare la sua innocenza, fu fatta Santa. Divenne la protettrice delle puerpere e dei neonati, nonostante la sua maternità poco convenzionale, e anche la patrocinatrice dei matrimoni riparatori – da quando, in una piccola chiesa di Parigi a lei intitolata, le coppie svergognate venivano costrette alle nozze per evitare l’infamia di un figlio illegittimo.

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