“La metamorfosi” – 2 – (rivisitazione di Kafka)

LA METAMORFOSI – 2 – (dalla lettura di KAFKA)

 

St Wilgefortis - Prague
St Wilgefortis – Prague

I lunghi corridoi del palazzo cominciavano a echeggiare dei primi risvegli. I fuochi venivano accesi, i pavimenti lavati dalle serve inginocchiate. Udiva il fruscio delle spazzole che strofinavano le piastrelle fredde e il crepitio della legna appena accesa.

 

 
Aveva trascorso una notte angosciante. Si era rigirata nel letto per ore infinite, aveva sentito la civetta, l’usignolo e poi finalmente l’allodola. Tutti i suoni della notte di Giulietta, ma la sua era stata una notte di passione ben diversa!
Le si conficcò nella mente, più cocente che mai, il chiodo doloroso delle sue pene. Zanne di un famelico coccodrillo, tagliole che stritolano le zampe di un animale fino ad un istante prima libero e felice.                                                                                                             Fu annientata dal ribrezzo al pensiero di lui, quel laido individuo dal nome osceno, Wargwulf, a cui il padre l’aveva promessa, venduta. Si immaginò con orrore il suo ventre gonfio, prominente premere sopra il suo corpo flessuoso. Rivide le sue mani, rozze, con le unghie orlate di sporco , mani che si stringevano come una morsa attorno alla gola dei nemici, o a quella degli orsi, quando voleva esibire la sua aggressività boriosa davanti agli ospiti. Ne udì la voce aspra, gutturale, la risata turpe. Ne sentì l’alito mefitico, la puzza di sudore e di cloaca. Pensò all’atto ripugnante con cui le avrebbe squarciato il pube, quel dolce fiore delicato, quella corolla che si apriva e gioiva al tocco di gentili dita affusolate. Ma suo padre aveva bisogno di alleati ed era rimasto irremovibile di fronte alle sue implorazioni. Allora lei si era rivolta al Padre celeste, sperando di trovarlo più sensibile alle sue invocazioni.
Immagini di figli immolati in sacrificio, come Ifigenia, come Isacco, continuavano a torturarla. Cercava di richiamare visioni più dolci, ma queste non riuscivano a stemperare l’orrore. Rivedeva il suo corpo agile, sbocciato da poco, vellicato da lievi carezze, solcato da gentili labbra che la percorrevano sensuali e delicate. Ripensava a quelle sensazioni che avevano cominciato ad esplodere in lei, che partivano dalla testa ed arrivavano in ogni sua più remota terminazione nervosa. Le baluginava davanti agli occhi il luccichio dei braccialetti di Wilhelmina, colei che sapeva donarle quei momenti meravigliosi. Ne sentiva il tintinnio argentino mentre le accarezzava il seno morbido, il ventre sensuale, le cosce slanciate. Tocchi lievi, ali di farfalla, piume senza peso, che lasciavano solchi impalpabili. E ora doveva sottostare alla rozza bestialità di un vecchio obeso e puzzolente?
Udì un colpetto alla porta, che si dischiuse per lasciar entrare l’ancella. Lei si tirò la coperta sul viso, per non lasciarsi abbagliare dal sole, mentre quella apriva il pesante tendone per far entrare la luce del giorno.
Si sentiva strana, dopo quella notte di tormenti. Si sentiva sola, abbandonata. Avrebbe voluto sparire, morire, disintegrarsi … qualsiasi cosa sarebbe stata meno atroce del tragico destino a cui era votata.
Aveva chiesto soccorso anche alla Vergine che scoglie i nodi, quella che aveva visto nella Chiesa di Augusta, e alla sua protettrice, quella da cui aveva preso il nome, santa Wilgefortis
Quando l’ancella richiuse la porta, fece scivolare le lenzuola e le coperte giù dal viso. Non le sentì scorrere agevolmente, ma come impigliarsi alle sue gote, quasi che le torture della notte avessero guastato la loro levigatezza. Con un rapido gesto allontanò le coltri dal volto: era ora di levarsi dal letto. Gli indugi non avrebbero certo alleviato lo strazio E fu allora che si sfiorò la guancia. La sentì ruvida, percepì sotto ai delicati polpastrelli, il crespo di una fitta peluria, ispida, là dove Wilhelmina faceva scivolare lentamente i suoi languidi baci.
Con un balzo si trovò davanti alla specchiera. Trasalì e abbassò lo sguardo, impaurita dall’immagine apparsa davanti a lei. Poi si fece forza, risollevò gli occhi e osservò quell’ altra sé, così diversa. Ne ebbe paura. Come era potuto accadere? Stava per salirle alle labbra un grido di panico, quando realizzò che ora non sarebbe più stata costretta al disgustoso matrimonio. Cadde in ginocchio con le mani congiunte e ringraziò la sua protettrice. Non era stata anche lei, santa Wilgefortis, esaudita nello stesso modo dal Signore? Non si era ritrovata le guance miracolosamente coperte da una folta barba?

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