La lettera

 

 

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Edward Hopper

 

Caro

Scrivo questa lettera per poi lanciartela  al di là del tuo muro.
Ricordo quando non era ancora così imponente, invalicabile, e cercavo di arrampicarmici  sopra.

Per arrivare a  te.

Mi vedevi giungere con le mani ferite e le ginocchia sbucciate, ma tu non te ne accorgevi neppure .
Arrivavo vestita di rosso di giallo d’argento o di niente e tu mi guardavi  senza vedermi

Ti parlavo di noi  e tu facevi cenno di sì col capo,  ma non prestavi ascolto
E quando chiedevi “che c’è?” te ne andavi senza udire la risposta
Sembravi cordiale, come lo sono il portinaio o il parrucchiere

Ma eri sempre assente, arroccato dietro quel muro della tua tranquillità che avevi innalzato
Forse neppure ti eri accorto  di averlo costruito, non ti interessava saperlo
Forse pensavi fosse meglio non conoscere ma limitarsi a una vuota esteriorità misurata

Questo un’altra l’avrebbe accettato, altra da me, meno affamata di  contatto con l’anima.
Una che avrebbe saputo accettare,  che avrebbe potuto pronunciare   serena  “non mi fa mancare niente” anche  il giorno prima di essere gettata.

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