La doppia vita di Sarah

Sarah_Bernhardt (Cleopatra)

Sono vecchia ormai e la mia vita sta volgendo al termine. E pensare che ho sempre creduto di essere destinata a morire giovane! Quand même! Ad ogni modo la vita è sempre breve, anche se si riesce a invecchiare e magari si può tentare di esorcizzare la morte come faccio io, cioè prendendo confidenza con la bara, magari dormendoci dentro.
Sono famosa, con la mia arte ho soggiogato pubblici immensi, le immagini che mi ritraggono sono dei capolavori: inquieta e languida, magra, avvolta in vesti fluttuanti o abiti di scena, con la folta chioma selvaggia che mi è valsa il soprannome di Négresse blonde
Mi hanno definita divina, mostro sacro, voce d’oro, e anche esibizionista, ninfomane, prostituta d’alto bordo per la spregiudicatezza che ho sempre mostrato. Si sa tutto della mia vita pubblica e artistica.
Però della mia infanzia no, quella è rimasta ignota. Nessuno sa fino a che punto è stata triste e solitaria. Ed essendo un’attrice, posso senza fatica cucirmi addosso il personaggio di bambina amata e felice.
Ecco, scriverò le mie memorie e comincerò dalla mia nascita. Le notizie saranno necessariamente alterate, ma non penso che nessuno avrà interesse a correggere le mie simulazioni artistiche. D’altronde, se la realtà non venisse romanzata, come potrei rimanere la “divina” Sarah e evitare di essere commiserata?
Quando sono nata?
Ecco, qui posso continuare a essere misteriosa e lasciare che si affermi il 23 ottobre1844 in rue de l’École-de-Médecine a Parigi, oppure il 25 in rue de la Michodière , o anche il 22 ottobre in boulevard Saint-Honoré
La verità non verrà mai a galla: il mio atto di nascita è andato distrutto nell’incendio degli archivi dello stato civile di Parigi!
Mio padre, non ho mai saputo chi fosse. Allora potrò dire che era un avvenente ufficiale della marina, partito per la Cina, dopo aver fatto innamorare la mamma: Judith Julie. Non dirò però che lei era nota ben alla polizia come la demi-mondaine Youle, di pseudo professione modista come le sue sorelle. Né che non so da dove venga il mio nome Bernardt: i maligni dicono che sia stato il “nome di battaglia” di un suo amante, o, e questo mi piace di più, il cognome di Édouard , che poteva essere o un affascinante studente di legge o il rampollo di una ricca famiglia di armatori. La versione che non mi aggrada è che fosse il cognome di un suo fratellastro.

La mamma era giovane, bellissima, ma totalmente incurante di me. Ho sempre vissuto con questa spina nel cuore: perché non mi ha amata come amava mia sorella Jeanne-Rosine?
Ho fatto di tutto per conquistarne l’affetto, ma non ci sono mai riuscita. Fin da quando sono venuta al mondo sono stata abbandonata nelle mani di una bambinaia, ma nounou, che abitava in Bretagna. Ho vissuto sempre con lei e il dialetto bretone era l’unica lingua che da piccola fossi in grado di parlare.
Non ricordo che mia madre sia mai venuta a farmi visita; ero ignorata a tal punto che, quando la mia balia si trasferì a Parigi, non comunicò a nessuno perché era sfornita di un qualsivoglia recapito. Quand même ! Un giorno, tuttavia, per puro caso, chi non ti vedo su di una carrozza di passaggio? Mia zia, Tante Rosine, la sorella minore di mia madre che però non prestò attenzione a quella bimbetta che si sbracciava per attirarne l’attenzione. Allora dovetti agire d’impulso e mi buttai sotto le ruote della sua carrozza per arrestarla: così riuscii a farmi notare. Purtroppo mi ci vollero due anni per riprendermi dalle fratture e, soprattutto, dalle ferite dell’anima: non ero riuscita ad intenerire nessuno e avevo dovuto continuare a restare a casa della bambinaia.

Me ne allontanai solo verso gli otto anni, ma non per andare a vivere con la mia famiglia, bensì per essere scaricata nel convento di Notre-Dame-de-Sion a Versailles. Anche qui, una volta, cercai invano di attirare l’attenzione di Tante Rosine che era venuta a trovarmi gettandomi in una fontana, ricavandone solo uno stato fisico pietoso da cui , secondo i medici, non sarei riuscita a riprendermi: ero destinata a morire giovane. In seguito soffrii spesso di nevrosi, collassi, attacchi di ira, conseguenza tragica di tutta la mia angoscia.
Rimasi a studiare nel convento per sei lunghi anni, finché il duca di Morny, il fratellastro di Napoleone III, che era amico intimo sia di mia zia sia di mia mamma, riuscì a farmi entrare al Conservatoire e poi alla Comédie Française. Da questa, però, venni presto espulsa per aver preso a schiaffi un’attrice. Quand même! Comunque ero riuscita a farmi notare, non per la mia arte, ma per il mio fisico così poco comune: ero magrissima in un’epoca di donne floride, avevo il naso lungo («da ebrea!» dicevano), i capelli rossi e profondi occhi esotici. Anche se quell’insolente di Alexandre Dumas mi definì “une éponge sur un manche à balai” , non sembravo affatto una spugna su un manico di scopa. Anzi, la mia singolarità poteva diventare sensualità. La mia amica Madeleine Brohan, soleva ripetermi «Mia povera cara, non puoi farci niente, sei originale senza volerlo, hai una spaventosa criniera ribelle e ricciuta per natura, la tua magrezza è esagerata, possiedi nella gola un’arpa naturale: tutto questo fa di te un essere a parte, ciò che è un delitto di lesa banalità”

L’inizio della mia carriera artistica fu dunque un po’ faticoso. Il palcoscenico non mi dava certamente di che vivere, per fortuna avevo assimilato dalle zie e dalla mamma i segreti del mestiere, e sapevo come far buon uso del mio corpo, cosa che mi è tornata utile anche nella mia carriera teatrale .
Una volta tornata a casa, dall’età di 14 o 15 anni, infatti, la mamma mi  faceva prender parte alle cene di certi amici suoi, facoltosi parigini che potevano restituirmi l’indomani. L’inizio fu duro, ma seppi resistere e mi rassegnai al fatto che per sopravvivere potevo contare solo sulle mie capacità seduttive.

Non avevo però messo in conto che mi sarei innamorata! Era un nobile, il principe Henri Joseph de Ligne del Belgio. Quando gli comunicai felice che aspettavo il suo bambino, la sua reazione fu maledettamente inaspettata. Invece di abbracciarmi entusiasta, mi allontanò con parole ignobili: “Mia cara ragazza, devi capire che quando si è stati seduti su un cespo di spine non si può mai sapere quale ti ha punto”.
Dovetti riprendere la mia attività di cocotte, che mi permise di acquistare presto un bell’appartamento nei pressi di place Vendôme, dove ricevevo nel mio salotto tappezzato di raso bianco. In questo ambiente sofisticato e piacevole si riunivano i miei amici e protettori, un gruppo così ben affiatato da indurmi a pensare che, se anche fossi sparita, loro avrebbero continuato a incontrarsi nel mio salone.
Le umiliazioni non mancarono, ma, da quando sono diventata un’attrice famosa, mi sono concessa la rivincita ribaltando i ruoli, Non sono più io quella che si offre, ma quella che sceglie. Ho collezionato artisti, scrittori, generali, uomini politici, principi e regnanti, … e pensare che, durante gli anni in convento, sognavo di diventar suora!
C’è stato però un solo homme de ma vie : mio figlio Maurice. L’ho allevato come un aristocratico – non era forse figlio di un principe? – l’ho mantenuto nel lusso, permettendogli di coltivare gli stessi vizi dei miei facoltosi amanti: il gioco, i cavalli, i duelli e, naturalmente, le donne.
Dunque la mia vita pubblica è sempre stata sotto gli occhi di tutti, oggetto di descrizioni esaltanti o di malignità invidiose, ma nessuno sa nulla della mia infelice infanzia. Ed ora inizierò a inventarla, e se vorrò essere onesta, intitolerò le mie memorie “Ma double vie“ (“La mia doppia vita”)

“Ma mere adorait voyager …et mon père était en Chine depuis deux ans. Pourquoi ? Je n’en sais rien….”    (“Mia madre adorava viaggiare. … e mio padre era in Cina da due anni, non so per quale motivo….”)

L.Z.

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