“Il giardino di Livia”

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Bartolomeo Bimbi – 1696

IL GIARDINO DI LIVIA

“E qui voglio degli affreschi floreali“, Livia Drusilla aveva ordinato a Ennio Libone anni prima ”Anzi no, voglio un giardino, il mio giardino”
Il povero artista aveva pensato che si trattasse di una richiesta assurda. nettamente fuori luogo da realizzare in quel locale sotterraneo, con così poca luce e aria. Ma non aveva osato avanzare alcuna obiezione
“Voglio tante piante, fiori e uccelli, infiniti uccelli” aveva proseguito Livia “ e tanto alloro, la mia pianta”
Anche l’insistenza sull’alloro gli era parsa stravagante, ma non aveva osato dar voce ai suoi mille interrogativi. Con la sua maestria era però era riuscito a creare l’affresco del più bel giardino che si potesse immaginare. Non dava l’idea di qualcosa di illusorio, ma di vivo, palpitante: se ne potevano quasi percepire i profumi, i fruscii.
Quell’orto magico era un’oasi di pace e Livia vi si rifugiava spesso per meditare e riposarsi dai mille impegni domestici e di stato in cui il marito la coinvolgeva.
Col tempo Ennio era riuscito anche a scoprire qual era il significato dell’alloro: si diceva che nel giorno delle sue nozze con Ottaviano, un’aquila aveva fatto cadere in grembo a Livia una gallina bianca con un rametto di alloro nel becco, che lei aveva subito fatto piantare là dove poi sarebbe sorta la villa,
Erano passati gli anni, e Ennio Libone controllava periodicamente la tenuta della pittura, sistemando o rinnovando le parti più deteriorate. Ci sarebbe andato anche quel giorno.
Gli erano giunte all’orecchio mille voci sulla padrona, e sulle disgrazie che erano stranamente capitate ai figli e nipoti di suo marito. Ad uno ad uno, Marcello, Gaio, Lucio, Germanico, tutti gli eredi diretti al trono, erano morti per lo più in circostanze sospette. E così al figlio naturale di Livia, Tiberio, si era spianata la strada per il trono. Ma Ennio non dava ascolto a quelle dicerie. La sua signora non solo era una matrona perfetta, attenta alla casa e premurosa verso il marito, ma era sempre presente al suo fianco, anche nei momenti più tragici. Non l’aveva vista anche in un incendio dell’Urbe, dove non solo si era dedicata alle vittime, ma aveva coordinato l’intervento dei vigiles?

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In quel caldo pomeriggio d’agosto dell’anno 14, anche Livia voleva recarsi nel suo giardino segreto, un’oasi di frescura in cui trovava ristoro, solitudine e raccoglimento. Aveva bisogno di prendere decisioni e agire. E anche di un attimo di tregua poiché si sentiva oberata dal lavoro a palazzo.
Quanto mai aveva fatto buon viso all’estrema parsimonia del marito, accettando persino di filare e tessere con le sue mani gli indumenti che lui indossava! Anche l’amministrazione delle sue finanze personali e gli affari di stato la tenevano perennemente impegnata, ma quelli erano compiti più stimolanti e fruttuosi, come lo era la gestione del suo circolo di clientes.
Era stata abile nello scoprire i punti deboli di Ottaviano Augusto, averli tollerati e nutriti, ed essersi resa insostituibile. Oramai l’imperatore dipendeva interamente da lei, l’eminenza grigia dell’impero, la teneva vicina nella vita pubblica e nei trionfi. La sua fiducia in lei era totale, tanto che le aveva consegnato il suo sigillo personale affinché potesse liberamente firmare a nome suo.
Si sarebbe recata nel suo rifugio dopo aver siglato alcuni documenti di stato e verificato ancora una volta se il testamento fosse al suo posto
“Padrona!” era la voce dell’ancella Fabiola, che la stava rincorrendo” Il nobile Mecenate ha inviato un cesto pieno di fichi del suo giardino”
“Falli portare al fresco, nel mio ninfeo sotterraneo,” le ingiunse,” andrò a vederli più tardi. Se saranno maturi, li predisporrò per il banchetto di questa sera”.
Lanciò un vago pensiero all’effeminato nobile, amante delle arti, degli artisti, e di Batillo, un giovane liberto proveniente da Alessandria. Sapeva che sua moglie Terenzia aveva una relazione con Ottaviano, ma aveva preferito ignorare la tresca per evitare scandali e proseguire verso il suo obiettivo.
“E controlla che non manchino dalla tavola il mio vino secco e la mia insalata di enula”. Aggiunse nell’allontanarsi.
Mentre si affrettava verso le stanze di Augusto, scorse, seminascosto nella penombra, lo scriba Rubellio in sommessa confabulazione con un’altra persona. Si fermò, in silenzio, e colse brandelli di frasi:
“E così ora anche Agrippa Postumo è fuori gioco, rinchiuso in carcere e in fin di vita”
“Strano, come al solito!”
“E non solo è riuscita a far adottare suo figlio dall’imperatore! Sembra che abbia fatto includere nel testamento anche la sua adozione”
“Ma non è assurdo? A che servirebbe diventare figlia di suo marito?”
“Come sei ingenuo! Servirebbe per farle ereditare un terzo del patrimonio”
“Rammento che anche al momento del matrimonio ci sono state cose un po’ strane …”
“Sì. Il divorzio dai rispettivi consorti è stato immediato. Ricordi che la povera Scribonia diede alla luce Giulia proprio il giorno in cui venne decretato il divorzio? E anche Livia era incinta del marito, cosa che avrebbe dovuto impedire le nozze, come era prescritto. Anche allora Ottaviano aveva agito d’impulso e forzato la mano al collegio dei pontefici per ottenere l’autorizzazione a sposarla nonostante la gravidanza. E lo scandalo che scoppiò fu notevole!”.
Aveva sentito abbastanza. Il suo volto si contrasse in una smorfia feroce.
“Devo punirli?” si chiese, ma subito allontanò da sé la tentazione, ”No, manca poco all’obiettivo finale: perché mettere tutto a repentaglio?”
Era pomeriggio inoltrato quando riuscì a raggiungere il suo orto dipinto. Doveva agire con cautela, e in fretta, prima che l’imperatore modificasse il suo volere. La sala era vuota, il flaconcino di veleno nella sua tasca.

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Ennio Libone ridiscese silenziosamente le scale che conducevano al ninfeo sotterraneo. Se ne era allontanato alcuni minuti prima per andare a procurarsi un pennello più sottile con cui ritoccare il minuzioso piumaggio di un uccelletto che stava beccando dei mirtilli tondi tondi.
Ma si ritrasse subito, accorgendosi che nel locale pervaso dal profumo dolciastro dei fichi maturi era entrato qualcuno. Vide che si trattava di Livia. Senza far rumore risalì i gradini. Sarebbe tornato più tardi: non poteva certo disturbare la moglie dell’imperatore! Non ora che sembrava così assorta e concentrata a maneggiare quei frutti stuzzicanti …

L.Z.

 

 

Nota: 

Alla morte di Augusto circolarono rumores sul suo possibile avvelenamento tramite fichi da parte di Livia (che il nipote Caligola definì un astuto Ulixes Stolatus cioè Ulisse in gonnella), voci riportate  dagli storici Tacito e Cassio Dione. Anche Svetonio la dipinse come una donna intrigante e senza scrupoli.

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