La foto mai scattata

 

bike

 

Era un inizio di agosto di tanti anni fa.
Piovigginava quando lo riaccompagnai al cancello, dove aveva depositato la sua bicicletta. Era una pioggerella insistente che tuttavia non aveva attenuato l’afa del mese estivo. Lui aveva appena finito gli esami di maturità e mi aveva parlato dei suoi progetti. Mi aveva detto che sarebbe partito.
Gli avevo passato la mano tra i capelli intrisi di pioggia. quando si era chinato ad accogliere il piccolo bacio di addio sulla guancia. Ero incurante delle lacrime che mi rigavano il viso, perché le gocce della pioggia sarebbero riuscite a mascherarle alla perfezione.

Ecco, ancor oggi quella foto mai scattata è sempre vivida nella mia mente. Più di quelle che affollano i miei mille album e che magari sono diventate un po’ sbiadite. Istantanee che ritraggono volti aperti e sorridenti, normali ragazzi di ieri con abiti un po’ fuori moda, nessun piercing o tatuaggio. Le ragazze indossano semplici gonne, camicette e maglioni, e non portano né trucco pesante, né colorazioni poco probabili, ombelichi al vento o minigonne inguinali.

Davide era alto, magro, con un’andatura un po’ dinoccolata e uno sguardo dorato e dolcissimo che mi .faceva impazzire.. Cercavo di stargli accanto il più possibile, e lui sembrava gradire la mia vicinanza. Mi parlava, parlava. Parlava di fratellanza, carità, altruismo. E io ascoltavo rapita il suono amorevole della sua voce, che mi avvolgeva come una carezza.
Veniva spesso a trovarmi, ben accetto anche a mia madre che lo considerava davvero ammodo.
“Volete un tè?” diceva mettendo il naso in salotto, dove era intento nei suoi discorsi. Passavamo le ore a parlare: lui sembrava un predicatore concentrato nella sua missione, e io il discepolo che tentava di calmare il ritmo del cuore che batteva all’impazzata.. La mamma, a parte le apparizioni per la merenda, si fidava a lasciarci soli in quel locale un po’ lontano dalla sua vista. Aveva soppesato Davide e l’aveva classificato come persona degna e affidabile.

Prima che lui se ne andasse io mi alzavo in punta di piedi per stampargli un bacio sulla guancia. Lui ricambiava, con i suoi occhi d’oro ridenti, inforcava la bici e tornava in città.
Io restavo lì, estasiata, annusavo l’aria per percepire ancora il suo odore, speravo che fosse rimasta qualche molecola del suo essere e che per magia mi si appiccicasse addosso. La sua voce mi risuonava nella mente, e io vi fluttuavo dentro come una medusa. Cos’aveva detto? Lo ricordavo a stento. Era sempre un po’ logorroico, ma era rimasto con me e io mi era lasciata cullare dalle sue parole.

Mi mandava anche lunghe lettere, le conservo ancora: scriveva parole d’amore che però non erano rivolte a me, ma all’umanità. Perciò non avevo mai osato parlargli del mio innamoramento, della tempesta biochimica che mi stava sconvolgendo il cervello e scatenando batticuore, ansia e paura. Sì, avevo paura a espormi. Mi bastava allora averlo accanto e ascoltare la sua voce.

Quella però fu l’ultima volta che si chinò a porgermi la guancia. L’ultima volta che lo vidi prima che partisse: era andato a salvare il mondo.

 

28 thoughts on “La foto mai scattata

  1. Innamorarsi di un filantropo è cosa dura…guardano sempre oltre…
    “Fai attenzione alle piccole cose, perchè un giorno ti volterai e capirai che erano grandi” e Jim Morrison

    sheravacanziera

    Liked by 1 person

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