☀️ Ricordo di un’estate ☀️

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RICORDO  DI  UN’ESTATE

A Roma, in contemplazione del capolavoro del Bernini in Santa Maria della Vittoria, venne sopraffatta da un ricordo. Un’immagine che le balzò dinanzi agli occhi all’improvviso e si sovrappose all’Estasi di Santa Teresa. E lei non fece nulla per scacciarla, anzi se ne lasciò travolgere.

Giulia si rivide su di un treno, un’estate di tanti anni prima, al rientro a casa dopo un breve soggiorno al mare.
Il vagone era affollato, ma lei era stata fortunata perché era riuscita a conquistarsi un posto vicino al finestrino in uno scompartimento gremito di passeggeri.
Aveva scambiato un veloce saluto con gli altri occupanti, si era sistemata in quell’angolino annusando l’aria pesante, in cui l’odore di sudore si mescolava al profumo dell’olio di noci che proveniva dalle gambe e dalle braccia luccicanti di una signora abbronzata seduta davanti a lei. Poi si era lasciata riempire lo sguardo dal mare punteggiato dagli scogli affioranti che sfrecciava via al di là del finestrino.
Mentre il diretto correva veloce sulle rotaie, superando il buio delle gallerie e riemergendo alla luce, si era affidata a quel ventre sferragliante, da cui si sentiva quasi cullata. Avevano incrociato un treno merci e lei era rimasta sorpresa dall’esplosione dei colori nei disegni che ingentilivano il grigio e la ruggine di alcuni vagoni. Purtroppo non riusciva a interpretarli, infatti le figure non riuscivano a emergere chiaramente un po’ per la velocità, un po’ perché quei segni sembravano rincorrersi, concatenarsi, sorpassarsi. Però quella sinfonia di colori, quei tratti e quelle macchie di rosso, di giallo, di blu e di viola che ricoprivano parte del convoglio lo rendevano affascinante come un quadro astratto. Non dello stesso parere era un signore dal fare un po’ arcigno, che aveva fatto un duro commento sulla mancanza di rispetto della cosa pubblica. Ai suoi tempi, invece…
A un certo punto Giulia aveva estratto dalla borsa un libro ed era sprofondata nella lettura, immergendosi nelle pagine quasi con voracità e lasciando che quello che la circondava smettesse di esistere.

Solo in un secondo tempo lo aveva notato. Non si era quasi accorta che il treno si era fermato a una stazione, la signora profumata di mare era scesa e qualcun altro aveva occupato il posto di fronte al suo. Era un bel giovanotto alto, con una divisa di chissà quale arma, corti riccioli biondi e un paio di occhi magnetici che si erano messi a scrutarla.
Quando se ne era resa conto, aveva cercato di allungare la corta gonna leggera sulle cosce e di darsi un contegno compassato. Niente da fare. Il ragazzo continuava a guardarla con i suoi occhi color caramello con stupende screziature dorate, anche se distoglieva lo sguardo non appena quello di lei incrociava il suo.
Aveva allora rituffato il naso tra le pagine del libro, ma non era riuscita più a concentrarsi sulle parole. Si ostinava a fissare quelle righe che, nella loro indifferenza, erano diventate scure matasse sfilacciate. Anche i suoi pensieri si erano disgregati, e, nonostante i suoi sforzi a rimetterli un po’ in ordine, non si lasciavano allineare per trasformarsi in qualcosa di chiaro.
Cercava con tutte le sue forze di mantenere un’aria distaccata, non voleva che il tumulto che le agitava il cuore raggiungesse il suo viso. Sebbene non osasse sollevare gli occhi, sentiva che quello sguardo irresistibile era concentrato su di lei, la fissava, la spogliava, la perforava. Se ne era sentita quasi trafitta, come trafitta dai raggi dorati era stata quella Santa Teresa che ora si ritrovava davanti agli occhi.

Non riuscendo a opporre alcuna resistenza, si era abbandonata a quel fiume di sensazioni. Tutto ciò che prima era stato solido si era frantumato e, mentre il caos si faceva strada dentro di lei, il libro che giaceva abbandonato nel suo grembo era caduto sul pavimento. Lui velocemente lo aveva raccolto per lei che l’aveva ringraziato con un sorriso. Poi, si era rimessa a sistemare la gonna, consapevole che quella fosse l’unica cosa che sapesse ancora padroneggiare.
Era calamitata da quel meraviglioso diavolo tentatore, quell’angelo bello oltre ogni misura seduto di fronte a lei. Erano rimasti immobili, in un silenzio carico di elettricità. Giulia era stata colta impreparata dalla freccia e si era accorta di esserne stata ferita solo dall’intensificarsi dei loro sguardi, come se un’ondata improvvisa si fosse alzata e ingrossata inarrestabile prima di frangersi contro la riva.
Fuori gli ultimi bagliori del tardo pomeriggio coloravano di arancio la distesa azzurra e rimanevano impigliati nei rami degli alberi, mentre il cielo cominciava ad accendere le prime stelle.
Non riusciva a controllare il respiro e, mentre il petto le si sollevava e abbassava affannato, lanciava occhiate imbarazzate a quell’ altro passeggero, l’arcigno signore di mezz’età, il cui sguardo si posava ora su di lei ora sul giovanotto. Si sentiva imbarazzata dalle occhiate di quell’uomo che non aveva più l’aspetto di un burbero zio, ma di un lascivo voyeur intento ad assaporare la scena. Doveva aver letto qualcosa nel gioco dei loro sguardi, nel loro scintillio, qualcosa che forse gli aveva fatto pensare ad accoppiamenti selvaggi e orgasmi plurimi. O forse era rimasto solo intrappolato e ipnotizzato da quegli occhi che si frugavano, come l’uomo bloccato per strada dal vecchio marinaio.
Ma Giulia non se ne era più curata. Il mondo si era ridotto perché non esisteva più null’altro attorno a loro due. Quella era l’estasi. Quel cuore che batteva come un uccello selvatico in gabbia, quel calore tra le cosce che si irradiava fino all’anima. Per un attimo si erano amati per sempre, senza parlare, perché il silenzio era l’unica cosa da dire.

Poco prima che il treno si fermasse nella stazione di Bologna, un altro soldato si era affacciato alla porta dello scompartimento e aveva lanciato un avvertimento: “Sbrigati Antonio, fra poco si scende”.
Il bel militare si era alzato, aveva preso la sacca che giaceva appoggiata nella retina, ma non era uscito subito. Si era riseduto di fronte a lei e le aveva teso la mano.
“Mi chiamo Antonio. Sarebbe bello potersi rivedere”, le aveva detto.
“Non penso che sarebbe possibile” si era sentita replicare lei. Aveva lasciato ancora un attimo la mano tra quelle di lui e poi, in un soffio, lo aveva salutato: “E’ stato un vero piacere incontrarla. Io mi chiamo Giulia”

Molti anni erano passati da quell’incontro, ma a Roma, in contemplazione del capolavoro del Bernini, era inciampata in quel ricordo, caotico e improvviso, e si era ritrovata a pensare a lui, ai suoi riccioli biondi e ai suoi occhi castani imbevuti d’oro. A quel suo sguardo che, come un lungo dardo d’oro con sulla punta un po’ di fuoco le era stato conficcato a più riprese nel cuore, così profondamente da giungere fino alle viscere. E quando quel dardo era stato estratto, aveva provato anche lei un dolore che era anche dolcezza, tale da non desiderarne la fine.

Il pensiero di lui, da quel giorno, aveva cominciato a inseguirla come fanno i delfini con le barche, quando si inabissano per poi emergere più vigorosi di prima. Lo aveva a lungo rimosso. Il ricordo poi è diventato quasi un supplizio e l’ha costretta a imparare a convivere con il fantasma di ciò che è o non è stato e lo spettro di ciò che non sarà mai più.

Luisa Zambrotta

44 thoughts on “☀️ Ricordo di un’estate ☀️

  1. Che bello!!!!
    Una situazione che viviamo oggi si affianca a una che abbiamo viissuto nel passato.
    I ricordi affiorano senza rimpianti, con tenerezza.
    E’ la nostra vita.
    Mi piace molto

    Liked by 1 person

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