Il patto

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Da quando Virginia era morta di parto, a soli sedici anni, Robert aveva abbandonato tutto e si era messo a girovagare suonando la sua chitarra in luridi locali malfamati, dove tutti erano per fortuna così ubriachi da non accorgersi delle sue limitate capacità.
Non era molto abile con lo strumento, e neppure con la voce, ma finchè riusciva a procurarsi qualcosa da mangiare, e soprattutto da bere, e una donna che gli scaldasse il letto, si poteva accontentare.

Dov’era finito il suo sogno di diventare il più grande bluesman del Delta del Mississippi?
Se ne ricordava nei rari momenti in cui era lucido, ma cacciava via il pensiero come si fa con un insetto fastidioso, per poi raccontarsi che per quello c’era ancora tempo: aveva solo diciannove anni!

Quella notte, con la chitarra sulla spalla, stava percorrendo lentamente la strada verso la piantagione Dockery, a Cleveland. Era stanco, e anche la sua chitarra gli sembrava diventare più pesante a ogni passo. Quasi insostenibile, come la sua vita.
Aveva suonato in un locale giù al fiume, tra fumo, alcool, schiamazzi e sputi e sebbene fosse solo quasi mezzanotte sentiva una stanchezza salirgli su dalle gambe e invadergli il petto. Si sentiva oppresso, pesante, opaco … ma allora perché nessuna delle auto a cui aveva cercato di chiedere un passaggio si era fermata, quasi che fosse diventato trasparente?
Sentiva uno strano freddo che gli arrivava fin nelle ossa, il freddo della mezzanotte… magari un po’ di whisky, un’altra sorsata, lo avrebbe potuto riscaldare. Ma la bottiglia ormai era vuota.
Gli alberi disegnavano lunghe ombre alla luce spettrale della luna, sembravano magre braccia allungate per afferrarlo.

Era quasi arrivato all’incrocio tra la Highway 49 e la 61, dopo il quale forse avrebbe cominciato a scorgere i lampioni della piantagione. Sentì nel silenzio lo stridio di una civetta, che si dissolse in lontananza. Gli procurò una sensazione lugubre quasi aleggiasse nell’aria qualcosa di malefico che cercò di esorcizzare pensando al seno generoso della donna che lo stava aspettando, alle sue cosce calde e accoglienti.

In lontananza, non si era accorto della sua presenza, ma lo vide solo all’ultimo momento, quasi nascosto dietro una grossa quercia e seduto su di un tronco al ciglio della strada.
Era scuro, e tutto vestito di nero, ecco perché non l’aveva scorto prima. Era alquanto inquietante, e subito si toccò la tasca, dove portava sempre il suo piccolo coltello a serramanico.
Non voleva fermarsi, non voleva parlargli, ma pareva che quell’uomo stesse aspettando proprio lui.

“Sei in ritardo” si sentì apostrofare da una voce cavernosa, che sembrava provenire da profondità inaccessibili.
Sorpreso, si fermò di colpo, cercando di risistemare e la chitarra che gli stava scivolando dalla spalla.
“E’ da un po’ che ti aspetto, Robert Johnson” disse la voce.
Ma come faceva quello sconosciuto a conoscere il suo nome?
L’uomo si alzò in piedi, alto e minaccioso, scuro come la notte che lo avvolgeva, mentre Robert indietreggiava di un passo mettendosi sulla difensiva.
Ma quella voce profonda e quegli occhi sfavillanti sembravano bloccarlo, ancorarlo al suolo, levargli anche le ultime energie che gli erano rimaste.

Lo sconosciuto si avvicinò a lui con un passo bizzarramente saltellante. I suoi occhi corsero allora giù ai suoi piedi, che erano scuri, piccoli, ma ciò che li doveva coprire non aveva affatto l’aspetto di una calzatura. Sembrava piuttosto…

“Vuoi restare lì impalato, con la bocca aperta come un demente, Bob?” si sentì chiedere. “Non sei stanco della tua vita insulsa e di continuare a suonicchiare senza alcun ritegno, facendo inorridire chi di musica se ne intende un po’?”

Robert era rimasto senza voce, ma anche se fosse riuscito a ritrovala non avrebbe avuto le parole per rispondere all’uomo scuro, che sembrava sapesse molto di lui. Sapeva il suo nome, sapeva che lui non possedeva nessun talento e che non era un gran suonatore … ma doveva pur ingegnarsi con qualcosa se voleva sopravvivere!
O avrebbe dovuto mettersi a rubare per poter mangiare?

L’uomo sembrò non notare il suo imbarazzo e continuò imperterrito:
“Oppure vorresti suonare come nessuno ha mai suonato prima? Avere denaro, e successo? Avere tutto il whisky e le donne che desideri?”
“Sesso, soldi, successo…” si sentì ripetere con un fil di voce; era tutto quello che aveva sempre sognato.
“Non che io te li voglia regalare” proseguì il misterioso personaggio “sarebbe troppo facile, sei tu a dover acquistare tutto. Ma io ti posso aiutare. Posso accordare la tua chitarra così che tu riesca trarne i suoni più straordinari che siano mai stati sentiti.”
“Ma chi sei? Il Diavolo?” chiese Robert in un soffio, e cadde in ginocchio, in mezzo al crocicchio illuminato dalla luna. E subito aggiunse:
“Puoi davvero donarmi quella capacità? Quel suono? Se è così dammi il contratto e dimmi dove devo firmare.”
“Non devi firmare da nessuna parte, Robert. Mi basta la tua parola.”
“Allora che cosa vuoi che faccia?”
“Nulla al momento: devi solo consegnarmi la tua chitarra. Quando avrò finito, tutto quello che dovrai fare sarà di rimettertela in spalla e riprendere il cammino”

Prese lo strumento, si voltò e lo maneggiò un po’, come se lo stesse accordando. Poi lo provò suonando le note di una canzone e riuscendo a tirar fuori da quella povera cassa un suono nuovo, completamente diverso da quello che aveva sempre emesso.

Prima di riconsegnargliela gli disse.
“Ora che hai sentito che cosa si può fare con la tua chitarra, ti devo parlare delle conseguenze. Se la accetterai così com’è diventata, senza chiedermi di riportarla alla sua condizione precedente, ogni volta che la suonerai sentirai il Blues scorrerti nelle vene. Sarà come se la tua mano fosse guidata dalla mia, e la tua musica entrerà nell’anima di tutti quelli che ti ascolteranno. Ma voglio una contropartita.”

Robert tacque, in attesa, sperando solo che non gli venisse chiesto del denaro, poiché non gli era rimasto neppure un cent.
L’uomo sembrò leggergli nel pensiero: “No, non voglio dei soldi in cambio, ma molto di più: voglio la tua anima. Se accetti sarà mia, per sempre. “

Robert Johnson tirò un sospiro di sollievo: lo strumento magico poteva essere suo. Guardò lo sconosciuto dritto negli occhi, che scintillavano come tizzoni ardenti alla luce della luna, tese la mano per prendere il suo strumento e disse:
“Affare fatto!”

Si rialzò da terra, si mise lo strumento a tracolla e si allontanò. Dopo pochi metri si volse per dare un’ultima occhiata all’uomo misterioso, ma il crocevia era deserto. Non un’anima viva, solo un inconfondibile odore nauseabondo che gli pareva ristagnare nell’aria.

(Luisa Zambrotta)

39 thoughts on “Il patto

  1. Anche Stephen King ha scritto tanti racconti e romanzi sul tema del patto col diavolo. La tua penna non è peggiore della sua, e ti assicuro che il mio giudizio non è influenzato dalla nostra amicizia! 🙂

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      1. E fai proprio bene a montartela, chi ha talento se lo può permettere! 🙂 Colgo l’occasione per dirti che pochi minuti fa ho sfornato un nuovo post… spero che ti piaccia! 🙂

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