Alberto M.

enfant canari
(foto di pellethepoet)

L’hanno trovato riverso a terra, accanto al letto, con il condizionatore ancora in funzione.
Dicono che fosse morto ormai da giorni quando qualcuno si è accorto che dal suo appartamento proveniva uno strano odore.

Nel leggere il suo nome, Albero M., mi è tornato alla memoria un ricordo lontano.

Era uno dei miei allievi, durante la prima supplenza che ho effettuato quando ancora frequentavo l’università, quarantacinque anni fa. Era un bambino gracile, timido e di poche parole. Sembrava essersi affezionato molto a me, non so se mi considerasse una sorella maggiore o addirittura una madre. Mi regalava sassi di fiume dipinti, “per non far volar via le mie carte”, diceva.

Quando la supplenza era terminata, non aveva smesso di portarmi i suoi piccoli doni. Sembrava affamato di affetto e mi faceva molta tenerezza.

Quando dovetti partire per trascorrere un periodo di studio/lavoro a Londra, pensai che Alberto M. non sarebbe riuscito a portarmi nessun sasso in grado di impedire non ai miei fogli, ma a me, di prendere il volo.
Tuttavia non volevo che se ne dispiacesse molto e allora decisi di lasciargli un dono che lo facesse sentire meno solo, a cui riservare il suo affetto e l’impegno costante a tenerlo vicino a sè, impedendogli di volar via.

E ora mi si ripresenta davanti agli occhi l’immagine di quel bambino, che sorride chiudendo la porta di casa mia. È felice e mi saluta con una mano mentre nell’altra regge con trepidazione la gabbietta luccicante in cui saltella un canarino.

(Luisa Zambrotta)

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