Stefano Z.

Pontecalusco zeke

Aveva poco più di trent’anni, eppure era stanco.
Stanco di quel tormento che gli trapanava la testa, stanco di quei problemi alla vista che gli causavano emicranie lancinanti, stanco di non sapersi sentire giovane.
Era stanco di essere stanco.

Prese le chiavi dell’auto, depositate nel vassoio vicino all’albero di Natale pieno di lucine lampeggianti. Come gli piaceva guardarle, quando era piccolo, riflettersi nella convessità delle palline argentate per scoprirsi comicamente deformato. Ma ora era come svuotato, nulla l’attirava più. Solo un gran freddo nel cuore che neppure il calore dei suoi famigliari riusciva a riscaldare. Anche la festosa Messa di mezzanotte, il ricco pranzo di Natale che sua madre aveva preparato con la solita cura, gli erano parsi estranei.

L’auto era in cortile, non sapeva bene dove volesse andare, sapeva solo che una voce lontana lo stava chiamando, forse era il pifferaio di Hamelin che tanto lo aveva fatto sorridere quando era bambino, cent’anni prima.
Guidò per le strade a festa, sotto le luminarie, accanto alle vetrine scintillanti.

Poi imboccò la provinciale, quella che percorreva di solito quando voleva ritirarsi fuori dal mondo, accanto al fiume che, con il suo scorrere, sembrava ricordargli che la vita era così, un passare inarrestabile di momenti, a volte piacevoli, a volte brutti, ma inesorabilmente volti alla fine. Gli rammentava che bisogna sempre cercare di andare avanti perché il fiume, come la vita, non resta ad attendere chi si attarda troppo a racimolare le forze e il coraggio.

Arrivato in prossimità dell’alto ponte di ferro, accostò e fermò il motore.
La vista era annebbiata, non solo per il problema agli occhi, ma perché le lacrime li avevano inondati e restavano un attimo in equilibrio sul bordo delle ciglia prima di rigargli le guance.
Che cosa faceva lì?
Il passaggio di un camion a velocità sostenuta fece tremare l’auto, e lui si sentì ancor più destabilizzato, quasi risucchiato fuori dall’intimità dell’abitacolo che lo proteggeva come un guscio, o come una volta l’aveva protetto il grembo di sua madre.
A quel richiamo uscì, chiuse la portiera con un colpo secco, definitivo, senza preoccuparsi neppure di azionare il telecomando.

L’aria fredda gli colpì il viso, ma quasi non se ne accorse.
Le gambe andavano da sole, senza essere guidate da una volontà cosciente e si ritrovò sul ponte di ferro, a scrutare quelle gelide acque in fondo alla gola profonda incisa dall’Adda. Quando aveva visto un vecchio film, si era chiesto se il “Cassandra Crossing” non fosse proprio quel viadotto.
Ora invece gli tornò alla mente la leggenda che circondava la figura del suo ideatore svizzero e, in un lampo, gli parve di vedere il corpo dell’ingegnere che precipitava nel fiume, un salto nel vuoto, cinquantacinque metri, proprio il giorno prima del collaudo.

Quel pensiero lo riportò al proprio corpo, alla propria vita. Ma era vita, la sua? O solo un calvario che nessun altro capiva pienamente? Si sentiva solo, inerme, sconfitto.

Il rumore delle acque era piacevole, invitante, come il canto delle Sirene che tanto lo aveva attratto quando ne avevano discusso al liceo. Un veloce pensiero a quei tempi sereni, spensierati, trascorsi in un’austerità che forse era eccessiva per un adolescente. Ma quella era la sua indole, un approccio serio alle cose.
Cos’aveva fatto Ulisse per non essere condannato da quel canto? Si era fatto incatenare all’albero maestro.
Ma lui non aveva catene con sé, le mani colme solo della sua pena.

Allora decise di abbandonarsi a quel canto. Decise lasciarsi trascinare da quel pifferaio magico che lo invitava verso il fiume, in basso. Perché non abbandonare il solito rigore ed essere ancora una volta bambino? Perché non lasciarsi ammaliare da un richiamo che forse lo avrebbe reso finalmente libero?

42 thoughts on “Stefano Z.

  1. Commovente. Mi ha fatto ricordare una mia pessima -ma in un certo senso utile- poesia giovanile. In essa parlavo dei vortici di un fiume che sembravano farmi occhiolini mentre li guardavo da un ponte. Poi sono tornato a casa a scrivere quell’esperienza.

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  2. Bellissimo, struggente, e infinitamente doloroso, sapendo che è storia vera.
    Ancora più toccante, però, è il tuo ricordo di lui.
    Così facendo onori la sua memoria.
    Un abbraccio
    🌷🌷🌷

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