La morte di Raffaello 🎨

La Fornarina

Cinquecento anni fa, esattamente il 6 aprile 1520, alle tre di notte, moriva a Roma Raffaello Sanzio. Era Venerdì Santo ed era anche il giorno del suo trentasettesimo compleanno – era infatti nato a Urbino il 6 aprile 1483, alle tre di notte di un altro Venerdì Santo.
La morte fu causata da un’ignota malattia che secondo Vasari era iniziata quindici giorni prima con una febbre “continua e acuta”, dovuta a un estremo affaticamento e curata con ripetuti salassi.
Secondo il biografo a provocarla erano stati gli “eccessi amorosi” dell’urbinate, invaghito della Fornarina, figlia di un fornaio di Trastevere, che gli fece da modella in varie opere. Secondo altri quel soprannome indicava invece una prostituta, in quanto in età antica, medievale, rinascimentale e moderna la parola “forno” e derivati indicano metaforicamente l’organo sessuale femminile e le pratiche amorose.
La malattia contratta potrebbe pertanto essere stata la sifilide.

Un’altra teoria sostiene che Raffaello fu avvelenato e infatti quando il corpo fu riesumato nel Settecento venne trovato quasi integro, una conservazione che può essere causata da dosi massicce di arsenico.
Ma chi fu il colpevole?
Un marito geloso? Un collega invidioso? Un religioso insofferente del suo potere alla corte papale?

Probabilmente non conosceremo mai la causa di quel decesso; possiamo solo dire che grande fu il cordoglio suscitato dalla morte dell’artista, che secondo alcuni testimoni fu accompagnata da segni straordinari: quel Venerdì Santo si aprì una crepa nel palazzo vaticano, forse per effetto di un piccolo terremoto, mentre il cielo era in tempesta.

Coma da lui richiesto, il suo corpo fu sepolto nel Pantheon e l’umanista Pietro Bembo ne compose l’epitaffio:

“Ille hic est Raphael, timuit quo sospite vinci
rerum magna parens et moriente mori.”

(“Qui giace quel Raffaello: da lui, quand’era vivo, la gran madre delle cose temette d’esser vinta; e, mentre egli moriva, temette di morire.”)

 

 

 

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