“La dama, il suo amante, il pittore e l’ermellino” 🖊️

Oggi, in occasione dell’anniversario della morte di Leonardo da Vinci, avvenuta ad Amboise (Francia) il 2 maggio 1519, vorrei proporvi un mio racconto  pubblicato nell’antologia “Racconti Lombardi” (ed. 2019)

La Dama con l'ermellino

 

LA DAMA, IL SUO AMANTE, IL PITTORE E L’ERMELLINO

Castello Sforzesco – Milano. 1490

Era immobile da ore, simile alle montagne di cui, nei giorni sereni, riusciva a scorgere il profilo dentellato su, a nord. Le dolevano tutti i muscoli ma non osava mutare posizione. Chissà se il Maestro se ne sarebbe accorto, concedendole un attimo di riposo. La collana di perle nere le era diventata greve, così come il velo scuro,

Cecilia Gallerani era giovane, eterea bellissima, agile e piena di vita, ma intorpidita dall’immobilità della posa. Aveva solo 16 anni e un gran desiderio di rilassarsi e magari prendere una penna per mettere per iscritto, prima di dimenticarsene, quei versi che avevano preso forma nella sua mente. Non di correre, no: da qualche giorno si sentiva languidamente spossata.
Con uno strenuo sforzo si concentrò sulla postura richiesta.

Il ritratto era quasi completato, la luminosità del volto, del collo e del petto delicato risaltavano sul buio sfondo e sul colore scuro dell’abito dalle elaborate maniche a sbuffo. Il poeta di corte, Bernardo, era riuscito a dargli un’occhiata e si era detto così affascinato da quella sua espressione un po’ enigmatica, che non si era trattenuto di offrirle un verso: “Par che ascolti e non favella”.

Il dipinto aveva già subito modifiche, allontanandosi dall’idea originale. Dapprima si era trattato della posa. Ricorda ancora il pomeriggio in cui Ludovico era apparso all’improvviso sulla soglia dello studio. Lei aveva percepito la carezza del suo sguardo lungo il bel collo diafano e non era riuscita a non fremere. Si era voltata verso di lui, con il sorriso che inondava le tenere labbra, su cui lui, avvicinatosi, aveva deposto un bacio leggero.
Ludovico, che aveva voluto ospitarla nella Rocca del suo Castello, dando una specie di ufficialità alla loro relazione; era innamorato di lei, della sua bellezza nonché della sua intelligenza. E ne parlava a tutti, dal fratello cardinale Ascanio all’amico Lorenzo de’ Medici, il quale lo aveva incoraggiato. Peccato che avesse stipulato quei patti nuziali che si vedeva costretto a rispettare con gli Este, che sembravano sempre più allarmati ora che la loro secondogenita Beatrice stava raggiungendo i sedici anni, età in cui era pronta per il matrimonio.
“Non muovetevi!” l’aveva ammonita Leonardo, ma il Moro l’aveva già serrata tra le sue braccia possenti.
Il cupo sguardo di Leonardo, però, si era subito stemperato in una lampo sfavillante: perché non riprodurre sulla tavola quel gesto inatteso, quel movimento così istintivo? Ed era realmente riuscito a fissare, per l’eternità, quell’attimo di vitalità spontanea, facendo entrare nel dipinto quel personaggio invisibile a cui lei si era volta con lieta sorpresa.

Il rapporto dell’artista con il suo mecenate durava ormai da parecchi anni, da quando era arrivato a Milano con un dono da parte di Lorenzo de’ Medici che desiderava migliorare il suo rapporto con Ludovico Sforza. Si trattava di una lira a forma di testa di cavallo, strumento che Leonardo aveva imparato a suonare fin da bambino, costruita per lo più d’argento per accentuarne la risonanza.
Il fiorentino aveva colto l’occasione del suo viaggio per presentare al duca una specie di richiesta di lavoro: una lunga lettera con un elenco ben articolato delle sue innumerevoli abilità soprattutto nell’ideare letali armi e macchine da guerra. Infine, quasi si trattasse di una noterella aggiunta all’ultimo momento, aveva accennato sinteticamente alle sue qualità di artista.
Il Moro era rimasto affascinato da quell’uomo avvenente e amabile, di fisico forte e buono di animo, che si era rivelato anche un brillante conversatore.

Il pittore, dopo aver riprodotto la dinamicità del movimento di sorpresa di Cecilia, aveva però ritenuto necessario ripristinare l’ufficialità del dipinto introducendo un elemento allegorico: l’ermellino.
“Tenere in grembo un ermellino?” aveva protestato lei. “E’ un animale aggressivo. Non voglio neppure toccarlo!”
“Non potete rifiutarvi, Madonna” le aveva detto e le aveva pazientemente motivato la sua scelta. “Questo candido animale allude al titolo onorifico di cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino conferito a Sua Eccellenza da Ferdinando d’Aragona, re di Napoli…”
Lei sapeva che lo Sforza ne andava fiero, perché oltre ad aver favorito il matrimonio del re con sua cugina Bianca Gallerani, aveva avuto l’occasione di conoscere lei, Cecilia. Ma non poté dilungarsi nel ricordare il loro incontro perché il pittore aveva continuato:
“… inoltre l’ermellino è simbolo di purezza perché è un animale che preferisce lasciarsi pigliare dai cacciatori piuttosto che voler fuggire nella tana infangata. E sapete perché Madonna?”
Ma non le lasciò il tempo di ribattere, anche se Cecilia non avrebbe saputo cosa rispondere e le rivelò:
“E’ per non maculare la sua gentilezza”.
“Va bene.” disse lei in un soffio, ancora un po’ timorosa, e ancora una volta il Maestro ne sottolineò l’importanza.
“E non solo è un simbolo che può indicare la Vostra innocenza e incorruttibilità, ma fa anche apertamente riferimento a voi, sapete?”
Apertamente? Pensò alla donna che sarebbe diventata ufficialmente la moglie del Moro, quella a cui era incatenato dal contratto matrimoniale firmato dai genitori, domandandosi come avrebbe preso la cosa.
“In che modo?” chiese
“L’ermellino fa riferimento palese a Voi, giovane Gallerani. Avete forse dimenticato che il nome della bestiola in greco è “galè”?
Poi, per allontanare ogni timore, aveva spiegato che avrebbe utilizzato un semplice furetto che, addomesticato, sarebbe stato mansueto come un gattino.
Cecilia aveva capitolato, felice di stringere tra le braccia quell’ermellino che rappresentava il Moro, lei, l’innocenza. Era il simbolo del loro pegno d’amore. Come sentiva profondo il loro legame! E com’era disperatamente conscia dell’impossibilità di un vincolo ufficiale.
Allora perché non sancire virtualmente il loro rapporto? Perché non raffigurarlo in modo quasi mitico, novella Leda unita a Zeus, presente sotto le sembianze di un animale?

Quando il Moro aveva visto la nuova versione del quadro, aveva richiesto di ingrandire le dimensioni dell’animale.
“Come può essere un simbolo araldico quale un leone, un drago o una salamandra, se assomiglia ad un gattino affamato? “aveva osservato. “Deve essere più possente e muscoloso, in una posa che esprima nobiltà.”
Anche la finestra che in un primo momento era stata posta dietro la spalla sinistra di Cecilia era stata cancellata. Leonardo aveva deciso di sostituirla con una parete oscura.
Lei avrebbe preferito essere illuminata dalla luce che entrava da quell’ apertura, ma l’artista le aveva spiegato che il buio del muro dietro di lei avrebbe posto in risalto la luminosità e il candore della sua pelle.

Ora tutti questi ricordi si inanellavano nella sua mente, e lei li seguiva lieve nel tentativo di attenuare l’insofferenza fisica. Invano: si sentiva spossata, con i muscoli indolenziti per la torsione. Neppure quella sensazione di calore nel petto che le procurava il solo pensare a lui, quasi un sole che sorgesse per illuminarla dall’interno, riusciva a darle sollievo. Neppure lo spettacolo della maestria con cui Leonardo muoveva il pennello riusciva a rilassarla. Anzi, ora l’artista aveva deposto lo strumento e, mormorando qualcosa sul suo incarnato, si era messo a sfumare il colore a olio con le mani, dipingendo la pelle con la pelle delle sue dita.
All’indolenzimento si erano aggiunte, come ultimamente le capitava sempre più spesso, debolezza e nausea. Doveva calmarsi e non lasciare che il tumulto che aveva iniziato a galopparle nel cuore raggiungesse il viso, modificando quella studiata virgola di sorriso. E le idee che le si sfaldavano nella testa, come un nugolo di semi di tarassaco sospinti dal vento, non dovevano continuare ad avvitarsi intorno a quel pensiero, quella speranza che non doveva rivelarsi vana.

Racimolò le ultime energie, fece un respiro profondo e si lasciò abbracciare dalla parete dietro di lei, scura come il buio del suo ventre, quel rifugio caldo e protettivo in cui sentiva che stava sbocciando una nuova vita.

34 thoughts on ““La dama, il suo amante, il pittore e l’ermellino” 🖊️

  1. Molte volte, inavvertitamente, ci riserviamo uno spazio del nostro tempo per aspettare una narrazione che ti riempia di emozione quando la leggi. Ora ho riempito quello spazio con una lettura del tuo magnifico articolo. Da quando era uno studente, Leonaro Da Vince era uno dei mis pittori preferiti.
    Mi sono goduto la mattinata nel migliore dei modi.
    Congratulazioni per la tua squisita scrittura.
    I miei saluti
    Manuel

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  2. Buonasera Luisa, il tuo racconto è bellissimo, intenso, dettagliato, contestualizzato e soprattutto appassionante, ricco di emozioni. Che gioia leggerti, grazie!

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  3. E’ un quadro che mi ha sempre affascinato e ancor più la curiosità di sapere cosa mai potesse pensare quella dolce ragazza.

    Bene, la maestria delle tue parole ha soddisfatto la mia curiosità. Grazie Luisa, mi è molto piaciuto quello che hai scritto! Sei veramente molto brava!!! ❤

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  4. “…le idee che le si sfaldavano nella testa, come un nugolo di semi di tarassaco sospinti dal vento….” ma che bell’immagine . Una novella delicata.
    Il tarassaco in fiore…che riporti anche in altri “articoli”…e come se percepissi una specie di fermento. Domani è un altro giorno, qualcosa di nuovo sta arrivando🙏🏻🌺

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