Tamara e il Vate (2)

autoritratto
Autoritratto nella Bugatti verde (1932)             [Flickr : Confetta]

cap 5 – TAMARA (seconda parte)

Un altro giorno l’aveva coinvolta nel gioco della vestizione, quella raffinata operazione di travestimento in cui imponeva alle sue dame l’abbigliamento che meglio rispondesse alla scena erotica che aveva in mente. Vedendola restia, aveva tentato di convincerla mostrandole tutto il corredo di abiti esotici e preziosi, di velluti e merletti, affinché scegliesse quelli di suo gusto. Ma la polacca era riuscita a sottrarsi a quella che aveva definito una mascherata, accettando solo un paio di calze. Era inaudito che un’ospite si rifiutasse di prestarsi al gioco erotico, ma, nonostante la mia indignazione, ho dovuto riconoscere che il gesto è stato elegante. Non ho mai sopportato le visitatrici che se ne andavano sottraendo degli indumenti, come aveva fatto quella tal Fiammadoro, che si era portata via tutti gli accappatoi ricevuti: per metterli con chi? con i suoi altri amanti?

Avevo capito che Tamara civettava sì con Gabriele, ma faceva la preziosa. Quasi come Isadora, che tuttavia, alla fine, aveva dovuto riconoscere che il Maestro era un “amante così grande da trasformare la donna più ordinaria e darle per un momento l’apparenza di un essere celeste»

La pittrice motivava in mille modi il suo rifiuto: aveva una terribile emicrania, non aveva mai avuto un amante, non si sentiva pronta oppure temeva di contrarre una malattia venerea.

Non gli aveva detto mai apertamente quello che avrebbe dichiarato in seguito, e cioè che lei, abituata alla bellezza, provava ripugnanza per quell’ “orribile nano in uniforme“.

Lui perseverava nella sua opera di seduzione, blandendola con giretti in automobile, in aeroplano, o offerte di cocaina.

Un giorno aveva tentato di possederla, coniugando i suoi meravigliosi fraseggi poetici a un progressivo denudamento, senza prestare troppa attenzione al fatto che Tamara restava completamente vestita. Ormai gli erano rimasti pochi indumenti, e in tal tenuta si era messo a strofinarsi furiosamente contro di lei. Sentivo dal corridoio quegli espliciti gemiti a me tanto cari, e ero presa da in un sentimento che altalenava dalla rabbia e gelosia al desiderio che tutto si concludesse velocemente e lo lasciasse silenzioso e appagato. Sembrava essere quasi al culmine quando, in un grande gesto di galanteria, le aveva chiesto: “Posso venire?”.

La “cammellona” doveva essersi allora resa conto di non potersi più sottrarre alla situazione ormai un po’ troppo matura, perciò glielo aveva concesso, ma con un ordine perentorio: “Ma fatelo da vestito!”

(2. continua)

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