Le spoglie di Giambattista Vico: corsi e ricorsi ③

Statua
flickr – Carlo Raso

Il funerale del filosofo napoletano Giambattista Vico fu molto tormentato, così come lo era stata tutta la sua vita, quasi una grottesca metafora dei suoi corsi e ricorsi storici. Ricordo che per lui l’uso della sepoltura dei morti, insieme al concetto di religione e allo strumento del matrimonio, è uno delle tre istituzioni civili che fanno uscire l’essere umano dalla condizione della bestia.

Il giorno in cui morì, a fine gennaio 1744, il figlio Gennaro, che gli era stato vicino negli ultimi momenti, prese in mano la situazione. Gennaro era stato definito dal padre “puer ingeniosus”: conosceva il latino e appena ventenne coadiuvava il padre malato e stanco nell’insegnamento per poi diventare lui stesso, nel 1742, titolare della cattedra di Retorica.

Per le incombenze funerarie Gennaro si rivolse alla Confraternita di Santa Sofia, alla quale Vico era iscritto versando per anni i contributi per il suo funerale.
La scala dell’abitazione era troppo stretta per consentire il passaggio del feretro, per cui si dovette calarlo da una finestra nel cortile di casa.
Qui sorse un contrasto tra i membri della confraternita e professori dell’Università di Napoli su chi dovesse reggere i fiocchi della coltre mortuaria durante i funerali.

Poiché non venne raggiunto un accordo su chi dovesse avere quell’onore, la bara fu abbandonata dei membri della Congregazione, seguiti poco dopo dai cattedratici.
Secondo un’altra versione la disputa era invece nata tra la Confraternita di Santa Sofia e la famiglia, per i mancati pagamenti di alcune quote.

Il povero Gennaro, all’imbrunire, si ritrovò quindi solo con la bara del padre in mezzo al cortile e fu grazie all’aiuto di alcuni volontari che riuscì a riportarla all’interno della casa.
Il giorno seguente si rivolse ai canonici della Cattedrale, che inumarono la salma vestita con un semplice saio, accompagnata dai colleghi dell’Università, nell’ipogeo della chiesa dei Girolamini in via Tribunali, con la sua toga appoggiata sopra.

Si pensa che quella sepoltura appartata servisse a evitare il trafugamento del corpo a opera di quanti si contendevano l’illustre cadavere.
Una volta sepolto però, Giambattista Vico rimase negletto in quei sotterranei e riuscì ad avere una lapide solo cinquant’anni dopo la sepoltura, quando l’ormai vecchio figlio Gennaro fece scolpire una breve iscrizione in un angolino della chiesa.

Nel tempo l’esatta ubicazione della sepoltura di Giambattista Vico venne dimenticata., garantendogli un tranquillo riposo fino a una decina di anni fa. Nel 2011 infatti un gruppo di studiosi napoletani rinvenne una salma nella cripta di una cappella del complesso religioso dei Girolamini e questo fece pensare al ritrovamento dei resti umani attribuiti a Giambattista Vico: un corpo con indosso un abito scuro, forse un saio, con una giacca di importante fattura appoggiata sopra l’individuo deposto nella bara.

A tutt’oggi sembra che non sia ancora stata accertata la verità: si attende ancora l’esito di esami scientifici più approfonditi, per poter dire con certezza che quelle sono le spoglie di Vico, filosofo dalla vita sfortunata e dalla mente geniale

(③ fine)

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