10 marzo 1302: la condanna di Dante

Dante Alighieri, di cui quest’anno ricorrono i 700 anni dalla morte, era un Guelfo convinto schierato con i Bianchi, contrari a qualsiasi ingerenza del papato negli affari fiorentini.

Mentre era assente, nel 1301, inviato in delegazione a Roma, dove era stato trattenuto ad arte da Bonifacio VIII, il governo Bianco di Firenze venne rovesciato con l’aiuto di Carlo di Valois. I Neri vittoriosi iniziarono un’azione persecutoria nei confronti dei loro avversari, le cui abitazioni (compresa quella di Dante) furono abbandonate al saccheggio.

Poi iniziò contro Dante e altri tre cittadini di parte Bianca un processo il cui vero scopo era vendicarsi di chi aveva esiliato i Neri e opposto resistenza all’ingerenza nella politica fiorentina di Bonifacio VIII e di Carlo di Valois.

A Dante vennero rivolte accuse infamanti, tra cui l’estorsione e la baratteria, cioè di aver tratto benefici privati da un incarico pubblico (Dante infatti era stato priore), uno dei pretesti più utilizzati per sbarazzarsi degli avversari politici.
A quel processo farsa Dante, bloccato a Roma, non poté presentarsi e venne quindi condannato in contumacia a due anni di confino, all’esclusione dai pubblici uffici e a una forte multa. In seguito venne richiamato in giudizio ma, perdurando la contumacia, fu colpito dal bando: se mai fosse caduto in mano al Comune di Firenze sarebbe stato mandato a morte.
Era la conclusione scontata di un processo la cui parzialità traspariva fin dalla formulazione delle accuse, che non erano basate su testimonianze bensì su ‘dicerie diffuse’, giunte alle orecchie del Podestà .

La sentenza di sabato 10 marzo 1302 è raccolta nel ” Libro delle condanne delle famiglie ribelli del Comune di Firenze (dall’anno 1302 al 1378), detto libro del Chiodo” attualmente conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze e così chiamato dai chiodi in ferro della sua legatura.
Recita più o meno così:
Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique estorsioni in denaro o altre cose , illeciti lucri, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, finché muoia”.

Fu da allora che Dante non rivide più la sua patria.

Immagine: Annibale Gatti (1854) «Dante in esilio»

56 thoughts on “10 marzo 1302: la condanna di Dante

  1. non cambia mai nulla sotto questo cielo di stelle. Chi sale al potere si vendica di chi lo ha preceduto e così come una ruota continua a produrre vendette e altro. Dante ne rimase impigliato e cominciò il suo peregrinare per l’Italia

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